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lunedì 14 marzo 2016

Ritrovare in noi un pensiero ribelle


di Emilia Di Rienzo

Essere responsabili, prendere decisioni, agire: in una parola essere persone libere. Oppure sentirsi apatici, sfiorare la superficie della realtà come non potessi né toccarla né lasciare le mie impronte. Guardare ciò che accade, ma da lontano. Senza coinvolgimento. Navigare nel mare dell’indifferenza, onda dopo onda e lasciarsi trasportare. Perché impegnarmi? Perché, se non esiste futuro?



La mia libertà gira a vuoto, è vuota. Troppo difficile entrare nei meandri di una società che corre veloce, come impazzita trascinando tutto ciò che ostacola la sua corsa. Un teatro di burattini mossi da una mano invisibile, inafferrabile. Il volto nascosto a tutti.

Noi, atomi microscopici, macchine al servizio di altre macchine. Ogni giorno sempre più ciechi davanti a tanti che ci interpellano, che ci guardano. Che si attendono da noi una risposta. Volti, solo volti che si sfocano, fino a scomparire dal nostro orizzonte mentale. E il moltiplicarsi di uomini invisibili che bussano alle nostre porte.

Cosa posso fare, io, io solo? O noi, insieme, ma dispersi. Noi orfani di intellettuali che rincorrono il mercato, i loro prodotti offerti come alternative ad altri prodotti: assistiamo impotenti alla mercificazione della cultura che sfila in festival, in talk show, ma mai tra e in mezzo alla gente… più preoccupati della loro visibilità che di aprire nuovi orizzonti e nuove prospettive.

E come combattere questa enorme macchina produttrice di indifferenza! Come contrastare questo ottundimento della sensibilità morale! Come non lasciarci chiudere dai muri che si ergono ovunque come difesa a chi non ha più nulla da perdere, perché ha già perduto tutto.

Apatici, indifferenti, irresponsabili. Disillusi. Ogni ideale alle spalle.

Siamo individui eterodiretti, i nostri desideri non sono reali, ma indotti. Le nostre idee mutano come il vento e non trovano radici. L’avere domina incontrastato sull’essere: si è perché si ha. Nient’altro.

Dove albergano i nostri più profondi desideri, quelli che ci sostanziano e ci danno il senso del nostro vivere. Ne siamo stati espropriati. Ci hanno sottratto il terreno per l’esercizio della nostra libertà. E così vaghiamo in un’eterna ricerca di noi stessi, in un mondo “liquido” che cambia continuamente forma e dimensione. In un mondo globalizzato si frantumano tutti i riferimenti che fino ad ieri avevano costituito il nostro orizzonte di senso.

In un mondo in cui regnano ingiustizie e prevaricazioni, corruzione e malaffare, io, io come posso pormi? Come non scomparire dentro un intreccio inestricabile. Come ritrovare il filo?

Abbiamo bisogno di ritrovare in noi un pensiero ribelle a tutto ciò che è verbalmente è appiattito, scontato, già dato, omologato, ai condizionamenti, ai pregiudizi, alla disillusione.

Dobbiamo tornare a tessere e ricucire con estrema pazienza i legami con chi ci è prossimo e costruire reti. Opporci alla disintegrazione.

Siamo fragili, vulnerabili, inquieti perché sempre alla ricerca di ciò che davvero ci costituisce, che sono i nostri desideri, quelli veri che ci sostanziano, travolti dal rumore della società consumistica.

L’uomo come dice Marìa Zambrano

“è una creatura non formata una volta per tutte e non terminata, ma neppure incompleta e con un limite stabilito. Non siamo stati terminati e non ci è chiaro che cosa dobbiamo fare per completarci…”.

Se l’animale nasce una volta per tutte, l’uomo invece non è mai nato del tutto, deve affrontare la fatica di generarsi di nuovo.

Non nasciamo una volta sola, nasciamo ogni volta che prendiamo coscienza di voler portare a compimento la nostra umanità, realizziamo ciò che abbiamo dentro di noi in modo abbozzato, come un seme che deve essere curato per germogliare.

“In questo senso la speranza è la sostanza della nostra vita, il suo fondo ultimo; grazie ad essa siamo figli dei nostri sogni, di ciò che non vediamo e non possiamo verificare Affidiamo così il compito della nostra vita a un qualcosa che non è ancora, a un’incertezza”.

È incompiuta la nostra nascita ed è incompiuto il mondo che ci aspetta. Nascere e ancora rinascere vuol dire cambiare giorno dopo giorno e crearsi il proprio mondo, il proprio posto, il proprio luogo… Vuol dire sentirsi protagonisti della propria vita, del proprio pezzo di mondo. Vuol dire rivitalizzare il nostro tempo. Dirsi “ho tempo”. Nessuno è padrone della mia vita, del mio tempo. Delle mie scelte.

Non sarò sconfitto fino a quando continuerò a essere padrone di me stesso, fino a quando mi sentirò libero di gestire i rapporti con le persone che mi stanno intorno, se non rinuncerò a progredire nel cammino contro la disumanizzazione e a questa opporrò la mia più ferma resistenza. Se accetterò il rischio di ogni scelta che vada “contro”…

Se non ci fosse questa forza dentro di noi, se qualcuno non l’avesse fatta nascere e rinascere nulla di ciò che è bello e buono sarebbe stato mai possibile. La storia ci racconta questa continua lotta di bene e male. Dentro la storia c’è l’uomo, il singolo uomo che lotta con se stesso. E l’uomo può essere passivo, può accettare l’umiliazione di “sentirsi portato” perché qualcun altro non si prende la briga di consultarlo, e sta prendendo decisioni che lo riguardano al suo posto. Oppure può essere attivo e non smettere mai di chiedersi se sta andando verso la realizzazione del senso che si è dato, se sta seguendo le sue “convinzioni”, quelle che costituiscono il suo fondamento intimo.

Ed ogni convinzione nasce non da idee astratte, ma da idee “incarnate”, che nascono dall’esperienza del rapporto continuo con il mondo e con l’altro a cominciare dal prossimo più prossimo. Tutto nella consapevolezza che non si è che una piccola goccia in mezzo al mare. Di questa goccia però sono io e io soltanto responsabile.

“Ci sono emozioni forti ed emozioni deboli, virtù forti e virtù deboli, e sono fragili alcune delle emozioni più significative della vita”. (Eugenio Borgna)

“Avanzare sempre, anche di poco, ma avanzare ogni giorno” (Alberto Giacometti)






Fonte:comune-info.net

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