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martedì 15 dicembre 2015

Acqua del lavandino non potabile: riduzione della bolletta.


L’utente paga il canone di depurazione, ma non c’è alcun servizio: si può ottenere il rimborso della bolletta.

Bollette dell’acqua “salate” tre volte: una prima per il pagamento di un servizio – quello della depurazione – che spesso non viene prestato; una seconda (conseguente alla prima) per l’inquinamento che avvelena ciò che il rubinetto ci eroga; una terza per gli importi pagati a titolo di “ristrutturazione delle tubature”, che invece sono come dei colabrodo. Insomma, il consumatore paga, ma non riceve un servizio pari agli importi richiesti dai gestori.


Almeno a ripristinare la giusta bilancia tra le prestazioni ci pensa la magistratura (almeno per quei pochi consumatori che possono permettersi di fare causa con l’avvocato anche per cause di poche centinaia di euro); ed ecco che, dopo i giudici di merito, arriva anche la Cassazione, con una sentenza depositata ieri [1], a ricordare che il canone dell’acqua non è una tassa – che quindi va pagata a prescindere dalla controprestazione – ma è il normale corrispettivo per un servizio (così come, ad esempio, si paga la bolletta della luce): pertanto se tale servizio non viene fornito o viene fornito in modo non consono al dovuto, al consumatore spetta il rimborso e il risarcimento del danno.

Nella bolletta dell’acqua gli italiani pagano anche il canone di depurazione: se però l’acqua non è potabile, il canone va rimborsato.

Nel caso deciso dalla Corte, la Pubblica Amministrazione non è riuscita a provare l’esistenza di progetti relativi al depuratore. Così il cittadino matura il diritto alla restituzione della cifra versata per il “servizio di depurazione delle acque”.

Oltre a ciò i giudici di merito hanno spesso riconosciuto anche il diritto al risarcimento per il danno economico conseguente all’approvvigionamento dell’acqua da fonti alternative (per esempio gli scontrini per le bottiglie acquistate al supermercato).

La sentenza della Cassazione è inequivoca: si ha diritto alla restituzione del canone tutte le volte in cui il Comune sia sfornito di impianto di depurazione centralizzato delle acque. Ciò perché «la tariffa del “servizio idrico integrato” si configura, in tutte le sue componenti, come il corrispettivo di una prestazione commerciale complessa che, anche se determinato nel suo ammontare in base alla legge, trova fonte non in un atto autoritativo, bensì nel contratto di utenza.

Di conseguenza, è irragionevole l’imposizione all’utente dell’obbligo del pagamento della quota riferita al servizio di depurazione anche in mancanza della controprestazione.


L’amministrazione che voglia ribattere alle pretese dell’utenza deve fornire prova dell’esistenza di un impianto funzionante nel periodo in considerazione dimostrando l’effettiva fruizione del servizio di depurazione.








[1] Cass. sent. n. 25112/2015 del 14.12.2015.

Fonte:laleggepertutti.it

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