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domenica 1 novembre 2015

Così l'Italia è diventata più povera con la crisi E il nostro welfare è tra i peggiori in Europa.


di DAVIDE MANCINO

Così l'Italia è diventata più povera con la crisi 
E il nostro welfare è tra i peggiori in Europa 
L'Italia è, con la Spagna, fra i paesi con il maggior numero di bambini a rischio povertà. Secondo Eurostat un bambino su tre fra i 6 e i 10 anni vive in una famiglia a basso reddito – dove manca il lavoro o che non può permettersi quanto a volte viene dato per scontato: una tv, una lavatrice, il riscaldamento; magari una settimana di vacanza altrove. Per le bambine il rischio è un po' più elevato che per i maschi. Nel Regno Unito il problema appare meno grave – scendiamo al 29 per cento, per non parlare di Francia e Germania dove la povertà infantile riguarda il 20 per cento dei bambini di quell'età.

La questione non è solo banalmente materiale: chi cresce in questo modo tende ad andare meno bene a scuola, avere più problemi di salute – in generale a diventare a sua volta povero. Un circolo vizioso che si perpetua nel tempo. Secondo stime Eurostat del 2009 il 2,4 per cento dei ragazzi italiani sotto i 16 anni non può permettersi abbastanza frutta e verdura, il 4,5 per cento manca di proteine, il 2,7 di scarpe e il 6,2 di vestiti. Né in sei anni, con l'economia in condizioni ancora peggiori, c'è motivo di pensare che le cose siano migliorate.


Dal 2008 è diminuita molto anche la capacità degli italiani di sopportare spese impreviste. Primi della crisi meno del 30 per cento delle persone dichiarava che situazioni fuori dall'ordinario avrebbero messo in difficoltà la propria famiglia. Da questo punto di vista c'è però una nota positiva: dopo un picco nel 2012 (al 42,5 per cento) il problema ha cominciato a migliorare. Serve ancora molto prima di tornare a dov'eravamo, ma almeno qui la tendenza pare essersi invertita. Più esposti, comunque, restano i genitori soli con figli, le donne single, e le coppie con tre o più figli.

In generale, in Europa il rischio di povertà fra i bambini è assai più elevato non solo rispetto agli adulti, ma soprattutto in confronto agli anziani – che invece sono il gruppo che ne soffre meno. Lo stesso vale per i genitori single o per le famiglie molto numerose. Anche l'educazione delle madri e dei padri incide molto: il rischio infatti aumenta per i figli di persone che hanno studiato fino alle scuole medie.

I figli dei migranti sono un altro gruppo critico. Per loro cadere nella povertà è assai più probabile rispetto a chi ha genitori nati in Italia – minore istruzione, difficoltà d'inserimento, problemi con la lingua: tutte condizioni che rendono la vita più complicata per genitori che si sono trasferiti in Italia e, di riflesso, per i loro figli.


Cosa fa lo stato sociale per aiutare queste persone? Pochissimo, almeno in Italia. In tutti i paesi sviluppati il welfare, fra le altre cose, riduce la povertà. Questa è la sua funzione, ovvio, però è soprattutto una questione di quanto. Ma secondo i dati Eurostat lo stato sociale italiano non è in grado di far calare più di tanto questo rischio – in particolare fra categorie a rischio come le persone sole.


In Irlanda i single nella fascia di povertà sono parecchi, ma l'intervento dello stato sociale è efficace – tanto che alla fine diventano meno che in Italia. Discorso simile in Gran Bretagna, mentre in Francia si parte già da un livello di povertà piuttosto basso, con il welfare che rende le persone sole fra le meno esposte in Europa. Lo stato sociale spagnolo, d'altra parte, riduce il livello di povertà dei single quasi del doppio rispetto all'italiano – quest'ultimo il peggiore in assoluto dopo quello greco e rumeno. Ma che differenza può fare qualche punto percentuale in più? Può non sembrare molto, ma parliamo di nazioni intere – e nei fatti vuol dire migliaia di persone in difficoltà.


Eppure la situazione è anche più grave di quanto sembri a una prima occhiata. Funziona così: per capire chi è povero e chi no gli istituti di statistica considerano vari fattori, fra cui il reddito delle persone. La soglia per essere considerati poveri, ogni anno, viene fissata al 60 per cento del reddito mediano familiare per ciascun paese: chi guadagna meno è dentro. Quando però arriva una crisi economica molti stanno peggio e la soglia si abbassa, tanto che diventa più difficile essere considerati “poveri” – anche se guadagniamo sempre lo stesso.

Per lo stesso motivo, i confronti fra più nazioni vanno fatti tenendo a mente che si parte da livelli diversi. Non solo in Italia la fetta di bambini poveri è maggiore che in Germania, ma i bambini italiani hanno meno dei tedeschi. E non poco, se consideriamo che in media una famiglia teutonica guadagna ogni anno qualche migliaio di euro in più: la differenza che può fare fra una vita dignitosa e una no.


Un'illusione ottica, in un certo senso. Ma tentiamo il più facile degli esperimenti: guardare soltanto a come sono cambiate le cose dall'inizio della crisi, con l' identico livello di povertà. Scopriamo così che gli effetti si sono sentiti ovunque – soltanto in Germania la situazione è rimasta identica – eppure l'Italia resta fra i paesi più colpiti: nel 2008 erano a rischio il 24 per cento dei minorenni, saliti al 32,2 per cento nel 2013. Certo, nulla a che vedere con la Grecia, dove la povertà infantile è più che raddoppiata, è vero. ma è una magra soddisfazione.








Fonte:espresso.repubblica.it

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