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giovedì 29 ottobre 2015

Società sempre più laica, Chiesa sempre più al palo.

di Massimo Maiurana

Lo stretto legame che fino a non molto tempo fa rendeva quasi un tutt’uno la dimensione religiosa e quella civile della società, lo si riscontra ancora oggi in modi di dire che, seppure in misura molto minore e con accezioni ben diverse che in origine, continuano a far parte del lessico comune. In passato, quando concetti come “diritto umano” ed “etica laica” non avevano quasi senso, le norme morali venivano dettate unicamente dalla religione, e in ambito generale era chiaramente il culto dominante a stabilirle erga omnes; gli altri culti potevano giusto integrarle, limitatamente al proprio ambito. In tale contesto l’assenza di fede veniva percepita, o spacciata, come assenza di morale, da cui l’espressione “senza Dio” a indicare per analogia individui che, non credenti o meno, venivano ritenuti viziosi e inaffidabili, quando non veri e propri furfanti. O anche “non c’è più religione”, usata per evidenziare situazioni di decadimento non già del culto in sé ma piuttosto della morale che da esso emanava.


Un nuovo nato su cinque non è battezzato, il doppio rispetto a 10 anni fa

Ma i tempi cambiano e con essi, a volte, cambia anche il senso delle parole. Oggi l’espressione “non c’è più religione” può essere benissimo usata letteralmente, vista la crescente secolarizzazione. Perché la dimensione religiosa, in effetti, condiziona sempre meno le scelte delle persone, e a certificarlo è arrivato l’ultimo rapporto di Critica Liberale sulla secolarizzazione in Italia. Un’analisi impietosa, corroborata da freddi dati numerici che non ammettono interpretazioni fantasiose.Trend in discesa per quanto riguarda i battesimi, segno che il processo investe generazioni che non sono esattamente le ultime: uno su cinque dei nuovi nati non viene portato dai genitori in chiesa per il fatidico spruzzo d’acqua, mentre un decennio fa non era nemmeno uno su dieci. Discorso analogo per gli altri sacramenti impartiti a bambini, cioè prime comunioni e cresime.


Se poi si passa ad analizzare il principale sacramento degli adulti, di quegli stessi adulti che non mandano i propri figli dal prete, non ci si può certo aspettare una controtendenza. Infatti i matrimoni religiosi non si limitano semplicemente a scendere ma precipitano costantemente, passando in minoranza rispetto a quelli civili al di sopra di un parallelo che si sposta sempre più a sud. Tant’è che in una grande città del nord come Bologna, secondo i dati ufficiali forniti dal Comune, solo il 28% delle coppie sposate ha pronunciato il suo sì all’altare. Percentuale simile a Milano, certificata da una ricerca condotta all’Università di Bicocca che evidenzia un ulteriore dato: il 45% delle famiglie è composto da single con figli, non da coppie sposate.

Le presunte aperture di Bergoglio non si sono mai tradotte in mutamenti tangibili. Questo ovviamente non significa che quelle famiglie siano atee. Magari una grossa fetta lo sono realmente, ma questo le due ricerche sopra non lo dicono. Significa però che, anche ammettendo che una parte di esse sia composta da credenti, che magari trasmettono in qualche modo ai loro figli, più o meno volontariamente, una fede religiosa, queste tendono sempre più ad allontanarsi dagli aspetti sociali di quella fede, dalla sua espressione pubblica. La loro è una fede intima, coltivata nel privato, disinteressata alla ritualità e alla dottrina. Il fenomeno Francesco avrà pure bucato i media, sarà riuscito a ottenere l’approvazione di una classe dirigenziale più interessata al mantenimento di un certo ascendente che al progresso civile, ma ha fallito clamorosamente nel riconquistare quella massa di fedeli che già da tempo stavano allontanandosi dalla Chiesa come istituzione.

È vero che i dati a disposizione non si riferiscono a periodi recenti, la maggior parte dell’era Bergoglio non è stata ancora scrutata. Ma se non sono riuscite le aspettative create nei primi mesi di pontificato a produrre l’inversione di tendenza, non si capisce come possano farlo i cambiamenti che di fatto non ci sono stati. Le presunte aperture di Bergoglio, attribuite sulla base di singole frasi sbandierate come slogan, non si sono mai tradotte in mutamenti tangibili e anzi sono state puntualmente sconfessate dalle gerarchie ecclesiastiche. Inoltre le stesse esternazioni del papa si sono fatte più imprudenti, come nel caso della frecciata al sindaco Marino, o addirittura discutibili come nella nomina del vescovo cileno Barros, in occasione della quale ha dato dello sciocco a chi dava credito alle accuse contro il vescovo.

Il processo di secolarizzazione non è limitato alla sfera religiosa, ma procede di pari passo con un cambio di atteggiamento verso quelle categorie di persone la cui vita è sempre apparsa immorale quando osservata attraverso le lenti della dottrina, come le coppie conviventi e le persone Lgbt, o che compiono delle scelte considerate moralmente inaccettabili, come nel caso di chi chiede che venga posta fine allo stato vegetativo di una persona cara. In sostanza dei “senza Dio” nel senso letterale, che si allontanano dalla Chiesa non necessariamente perché non credono più in entità trascendenti, ma semplicemente perché non si riconoscono più appieno nella sua concezione del mondo reale, nell’applicazione pratica della dottrina.

La posizione della Chiesa rimane immutata: non c’è famiglia che quella tradizionale

Per loro i diritti civili di oggi sono molto diversi da quelli di un secolo fa; per la Chiesa, invece, è come se il tempo si fosse fermato. A dimostrarlo, se mai ce ne fosse bisogno, l’esito del recente sinodo sulla famiglia, scontato per molti e deludente per quasi tutti gli altri, che magari al nuovo corso bergogliano credevano veramente. Due anni passati tra concistori, sondaggi e sinodi, per concludere che la posizione della Chiesa rimane immutata: non c’è famiglia che quella tradizionale, basata sul matrimonio tra un uomo e una donna; per il reintegro dei divorziati si valuterà caso per caso come si è sempre fatto, a seconda delle convenienze ed evitando gli scandali — a meno che non decidano di avvalersi dell’annullamento breve; apertura sui gay non pervenuta, il cardinale Biffi può mantenere la posizione nella tomba.


Non è un caso che un ulteriore, drastico crollo lo si registri proprio laddove è l’insegnamento cattolico ad essere messo in discussione, ovvero nella concordataria ora di religione cattolica nelle scuole statali. E se fino a qualche decennio fa era difficile non far frequentare l’Irc ai propri figli, perché come dice Michele Serra «gli esonerati erano pochissimi, quasi solo ragazzi ebrei o di famiglia comunista, mosche bianche che era impossibile non notare», oggi la situazione è quasi opposta. Negli anni dal 1995 al 2014 il numero di studenti che esce dalla classe quando arriva il prof nominato dalla curia si è più che raddoppiato, in alcune regioni è uno studente su cinque e ci sono perfino classi dove la materia viene seguita da uno o due alunni. Uno spreco di risorse, visto che oltretutto non è nemmeno possibile accorpare le classi in modo da limitare il numero dei docenti necessari. Uno scempio economico in aggiunta a quello culturale, a cui prima o poi occorrerà rimediare. Perché se la Chiesa non ha nessuna intenzione di seguire l’evoluzione della società, lo Stato non può permettersi di fare lo stesso.







Fonte:agoravox.it

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