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martedì 20 ottobre 2015

Oceani di plastica tra ambientalisti e multinazionali.


di Anna Toro

Nel mondo non ci sono solo i cinque continenti che conosciamo. Ce ne sono altri fatti interamente di tappi, bottiglie, reti, buste e frammenti di plastica di ogni dimensione che occupano gli oceani per migliaia di chilometri quadrati e girano e si spostano con le correnti e le maree.

Sebbene i mari siano vasti, secondo studiosi e ambientalisti il problema starebbe oggi iniziando a raggiungere un punto di crisi, tanto che perfino le aziende e alcune tra le multinazionali più importanti, come la Coca-Cola e la Dow Chemical, avrebbero deciso coalizzarsi con gli ambientalisti e di correre ai ripari. Ad affermarlo è il nuovo report, intitolato “Stemming the Tide” (Arginare l’onda), prodotto da Ocean Conservancy, in collaborazione con il Centro McKinsey for Business and Environment. Basandosi sullo studio del 2014 guidato da Jenna Jambeck dell’università della Georgia e pubblicato sulla rivista Science, Ocean Conservancy ricorda come dei circa 275 milioni di tonnellate di plastica prodotte ogni anno da 192 nazioni che si affacciano sul mare, una media di 8 milioni di tonnellate finisca annualmente sugli oceani: “è come se ogni minuto un camion della spazzatura si recasse in spiaggia e scaricasse il proprio contenuto sul mare”. Entro il 2025, si legge ancora, “i nostri oceani potrebbero contenere una tonnellata di plastica per ogni tre tonnellate di pesci”.

La questione non riguarda solo il noto Great Pacific Garbage Patch, una distesa vorticante di immondizia grande quanto l’Europa, e le altre enormi isole-spazzatura che vagano per gli oceani. Il problema è che la plastica è ormai è dappertutto, anche dove non si vede a occhio nudo: "Si stralcia in frammenti microscopici simili al plancton e viene mangiata da tutti, dai gamberetti alle balene". Oltre ad essere nociva e potenzialmente mortale per la fauna marina, dunque, non è affatto escluso che finisca anche sulle nostre tavole. E’ così che la Ocean Conservancy ha trovato un terreno comune con le aziende: “Nessuna di esse produce plastica con l'intento di farla finire nell'oceano. E noi non crediamo che un mondo senza plastica sia realistico, o addirittura desiderabile” commentano. Soprattutto, entrambe le parti ritengono che il problema possa essere risolto.

Come? Focalizzando i propri sforzi su dei punti di criticità, individuati principalmente in alcuni paesi in via di sviluppo: Cina, Indonesia, Filippine, Thailandia e Vietnam. Secondo la ricerca della Jambeck, infatti, da queste nazioni arriva più della metà della plastica riversata negli oceani, in quanto le loro infrastrutture per la gestione dei rifiuti non avrebbero tenuto il passo con la loro rapida industrializzazione.

In questi paesi, infatti, solo il 40% dei rifiuti vengono raccolti per lo smaltimento; e anche se raccolti, spesso finiscono in discariche abusive o non sufficientemente isolate, permettendo così la fuoriuscita dei rifiuti verso il mare aperto. Diventano quindi prioritari il miglioramento e la chiusura dei punti di perdita nel sistema di raccolta, così come l’implementazione degli impianti di gassificazione, di incenerimento e di riciclaggio. "Il questo modo – scrive Ocean Conservancy – la dispersione della plastica si potrebbe tagliare del 50% entro il 2020”. In sostanza, cinque paesi risolverebbero la metà del problema

Certo gli altri paesi non sono esonerati dall’impegno: nella speciale classifica dei paesi inquinanti, infatti, non manca l’Europa, censita come uno stato unico e messa al 19° posto, mentre al 20° posto ci sono gli Stati Uniti che, pur avendo pratiche di gestione dei rifiuti molto migliori, presentano anche grandi comunità costiere in cui il volume di rifiuti prodotti da ogni singolo cittadino è enorme.
Per Ocean Conservancy diventa così fondamentale il coinvolgimento dei governi e delle istituzioni, che devono essere sensibilizzati sui vantaggi, anche economici, di un corretto smaltimento dei rifiuti: dalla diminuzione della contaminazione delle acque sotterranee a una migliore estetica e valore degli ambienti circostanti.  Ancora più determinante deve essere l’impegno da parte delle aziende, spesso tra i principali responsabili dell’inquinamento ambientale. La partecipazione al piano della Coca-Cola e della Dow Chemical non è che l’inizio: altre multinazionali saranno presto annunciate (intanto, alcune aziende già si stanno muovendo per conto proprio, anche solo per cercare di impattare meno rispetto al passato). 

Unica nota dolente di questo piano d’intenti è la minore considerazione riservata al riciclo: secondo il CEO di Ocean Conservancy, Andreas Merkl, solo il 20% della plastica finita in mare è adatta a questo scopo. Il resto deve essere inviato nelle discariche o negli inceneritori, ed è per questo che secondo l’organizzazione “bisogna concentrarsi fondamentalmente sulla gestione dei rifiuti”.


E mentre l’organizzazione ambientalista e le aziende si organizzano in una task force con istituzioni, banche e altri donatori, c’è chi si è già messo all’opera per dare una ripulita ai mari: come il ventenne olandese Boyan Slat che, grazie a un crowdfunding in cui raccolto la cifra di ben 2,1 milioni di dollari, ha potuto finanziare il suo progetto Ocean Cleanup, ovvero la costruzione di una grande barriera galleggiante che utilizza le correnti e le onde del mare per raccogliere i rifiuti di plastica. Nel 2016 verrà installato per la prima volta al largo delle coste di Tsushima, isola tra Giappone e Corea del Sud, per poi passare alla grande sfida della grande isola di rifiuti sul Pacifico. Sul fronte europeo, invece, un piccolo aiuto sta venendo dalla lotta all’utilizzo delle buste in plastica nei supermercati, in cui l’Italia per una volta sta facendo bella figura: grazie alla messa al bando dei sacchetti non compostabili, negli ultimi tre anni ha ridotto il consumo di ben il 50%. E i risultati si vedono: secondo un’indagine di Legambiente, infatti, da noi i sacchetti rappresentano meno del 2% del totale dei rifiuti trovati sulle spiagge, mentre negli altri Paesi europei si va fino al 7 per cento. 

Certo non basta, dato che anche il nostro Mediterraneo non è immune dal problema: al contrario, secondo uno studio pubblicato dalla rivista PLoS ONE nell’aprile di quest’anno, tra le onde del Mare Nostrum ci sarebbero infatti tra le mille e le tremila tonnellate di plastica galleggiante. In pratica, un frammento ogni quattro metri quadrati, che ogni giorno finiscono negli stomaci di pesci, uccelli e tartarughe e altri animali marini. Un pericolo mortale per l’ambiente e per tutte quelle specie, anche protette, di cui il nostro mare è tanto ricco e popolato.







Fonte:unimondo.org

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