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domenica 29 marzo 2015

La Pirelli del celeste impero.


di Giorgio Vitangeli

Agnelli, Pirelli, padroni gemelli! Era questo il grido che ritmavano nei cortei i contestatori  dell’ultrasinistra negli anni settanta.  Allora, una quarantina d’anni or sono, Gianni Agnelli e Leopoldo Pirelli impersonavano il capitalismo privato italiano, ne erano l’immagine più rappresentativa.

Agnelli e Pirelli, destini gemelli, si potrebbe chiosare oggi. La Fiat, sigla e marchio che stava per Fabbrica Italiana Automobili Torino, è divenuta Fiat Chrysler Automobiles,  ha la sede sociale in Olanda e quella fiscale in Inghilterra; la Pirelli  in base ad un accordo  concluso domenica 22 marzo viene comprata dalla  China National Chemical Corporation, società statale cinese.


I termini dell’accordo sono ormai noti.  Sino a ieri il socio di riferimento di Pirelli, col 26,2% del capitale, era la società Camfin, formata da Marco Tronchetti Provera, che aveva sposato  in seconde nozze Cecilia Pirelli figlia di Leopoldo Pirelli, da Banca Intesa, da Unicredit e dalla società russa Rosneft. Ora verrà costituita una newco, cioè una nuova società cui la Camfin venderà la sua partecipazione in Pirelli, reinvestendovi una parte dell’incasso. Già in prima battuta in questa nuova società i cinesi della China National Chemical  avranno la maggioranza assoluta, cioè il 50,1%, restando agli altri soci il 49,9. Subito dopo però la newco lancerà un’Opa totalitaria, cioè un’offerta pubblica di acquisto del capitale restante della Pirelli,  ed al termine di questa operazione la quota dei cinesi dovrebbe salire a due terzi circa del capitale, cioè al 65%, ai soci italiani resterà  il 22,4%, ed ai russi della Rosneft il 12,6%.

Ovviamente cambierà anche l’assetto del Consiglio di amministrazione: Marco Tronchetti Provera resterà amministratore delegato per altri quattro anni, i consiglieri diverranno 16: otto cinesi, tra cui il presidente, ed otto in rappresentanza degli altri azionisti. Ma in caso di disaccordo, il voto del presidente varrà doppio.

In parole  povere: a  comandare saranno i cinesi.

Il resto sono dettagli. Il “quartier generale” – si afferma – resterà in Italiai. La società dovrebbe essere cancellata dal listino della Borsa italiana e tornarvi tra quattro anni. Il settore degli pneumatici industriali sarà integrato nella  Aeolus, società partecipata della China Chemical, mentre la produzione in Italia si concentrerà sugli pneumatici per automobili.

Per Marco Tronchetti Provera l’accordo coi cinesi “rappresenta una grande opportunità per la Pirelli”. Frasi di circostanza che hanno il sapore amaro d’una presa in giro. La verità è che un altro pezzo importante del nostro apparato industriale, un altro nome significativo della storia della nostra industria è comprato da capitale straniero, e non è più sotto controllo italiano.

E’ la globalizzazione, ed è bene che i capitali stranieri vengano in Italia, ha commentato un politico di governo.

Sarà anche vero, ma ci sono due cose difficili da capire. La prima è perché con la globalizzazione a comprare siano sempre gli altri, ed a vendere sempre noi, e quando abbiamo provato a comprare, ci hanno dato bacchettate sulle dita.

I problemi della Pirelli sono cominciati proprio quando, nel 1991, tentò la scalata della tedesca Continental. Ad affare fatto, Leopoldo Pirelli fu bloccato da un parere contrario del Consiglio di Sorveglianza della società tedesca;  uscì dalla vicenda con le ossa rotte, cioè con una perdita di più di 3 miliardi di lire.E da allora la Pirelli ha cominciato a perdere pezzi. Prima sono stati venduti i cosiddetti “prodotti diversificati”, che comprendevano un po’ di tutto: dai gommoni alle scarpe, dai guanti alle palle da tennis. In pratica, gran parte dei prodotti di gomma in Italia erano Pirelli. Poi è stata venduta la divisione cavi: un settore che era arrivato a rappresentare più della metà del fatturato. Ora viene scorporato il settore degli pneumatici industriali, e viene ceduto il controllo dell’intera società.

Tre anni prima del tentativo della scaalataa della Continental da parte di Leopoldo Pirelli c’era stato il tentativo di Carlo De Benedetti di scalare la Societé Generale, e si trovò davanti un muro quando credeva di aver già  raggiunto l’obbiettivo. E perfino le blasonate Assicurazioni Generali, dopo aver tentato alla fine degli anni ‘80 la scalata alla Midì, dovettero fare marcia indietro, bloccati da Axà.

Poi, con l’avvento della globalizzazione, l’Italia è diventata terra di conquista: le importanti acquisizioni all’estero da parte delle nostre società si contano sulle dita di una mano; quelle delle società estere a casa nostra sono una lenzuolata. 

C’è infine una seconda cosa che non è molto chiara. Dagli anni novanta ci è stato predicato che bisognava privatizzare tutte le società pubbliche, perché erano costosi carrozzoni che bruciavano ricchezza, ed elemento di corruzione. E così abbiamo smantellato l’Iri, che era il più poderoso dei nostri complessi industriali.  Controllava banche e cantieri navali, linee di navigazione e Compagnie aeree come Alitalia, le Autostrade e le telecomunicazioni, società alimentari come la SME e Compagnie della grande distribuzione come GS, e tante altre realtà industriali. E’ stato venduto tutto,  a volte svenduto, e non raramente a fare bottino sono state società straniere.

Ora  l’Alitalia è stata salvata dal Etihad Airways, cioè la compagni di bandiera degli Emirati Arabi Uniti, cioè da capitale pubblico arabo; la Pirelli viene acquistata dalla China National  Chemical Corporation, cioè da una società statale cinese. Ma allora il capitale pubblico è brutto e cattivo quando è italiano, ed è invece buono e benvenuto quando è straniero e compra le imprese italiane?







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