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venerdì 26 settembre 2014

Pomodoro in scatola: il lato oscuro del frutto rosso.


Il pomodoro, per assurdo in Ghana era una risorsa, una miniera d’oro per i ghanesi, eppure ormai i campi sono desertici e i lavoratori non ci sono più. Ma perché questo?

Chi e cosa ha strappato i coltivatori alla terra del Ghana?
Quello che state per leggere sembra pazzesco eppure è vero, è proprio così. L’Italia è responsabile di questo abbandono dei campi di pomodoro, perché? Perché è in Italia che si produce il pomodoro che viene inscatolato e venduto ai ghanesi. Assurdo vero? 
Ma ancora più assurdo è che in Italia chi lavora la terra dei pomodori sono coltivatori ghanesi, che non avendo più un lavoro al loro paese, sono venuti a farlo qui da noi, in condizioni di povertà, senza documenti e senza soldi.



La storia è quella di Prince Bony, un lavoratore stagionale:

«In Ghana, mi chiamavano Kofi America, perché ho sempre desiderato viaggiare. Volevo conquistare il mondo!»


Il mondo non l’ha conquistato, ma ha viaggiato, ha attraversato il deserto, il mare ed è arrivato a Borgo Libertà, Puglia, Italia. Buffo il nome vero? Borgo Libertà… 10 uomini che insieme a Prince lavorano come schiavi, sottopagati vivendo in un casolare abbandonato.

A Nocera Superiore, in provincia di Salerno, le fabbriche producono ogni giorno tonnellate di pomodoro in scatola che arrivano al Porto di Napoli per essere poi spedite in tutto il mondo e anche in Ghana, al mercato di Makola, Accra, dove le bancarelle vendono centinaia di scatole di pomodoro concentrato italiano o magari cinese. Non si trovano i pomodori freschi quelli che una volta prosperavano rossi e rigogliosi nelle terre dei campi. Le donne ci provano a vendere i pochi rimasti, sono belli grandi succosi e maturi e marciranno nei panieri perché nessuno li compra. Solo scatolame, solo prodotti importati.

A parlare è Ayine Justice Atomsko, capo della piccola comunità agricola di Vea: «In tutti i piatti ghanesi, c’è del pomodoro. Ma il pomodoro prodotto qui non si vende più» e poi c’è quella donna che nel 2007 era diventata famosa perché nominata contadina dell’anno con i suoi bei campi di pomodoro, Aolja Tenitia, e lei racconta: 

«Ormai non coltivo più pomodori. Non saprei a chi venderli»

I ghanesi che investirono nel pomodoro sono stati ricoperti di debiti per acquistare semi, fertilizzanti e terre… quelle terre che ora giacciono inutilizzate o coltivate per la sopravvivenza di coloro che non hanno ceduto e non sono arrivati a suicidarsi per la disperazione.


Pomodoro in scatola: perché questa massiccia esportazione?

Questa massiccia importazione di scatolame è forse dovuta alla diminuzione dei dazi doganali da parte del governo di Accra. Questo ha portato ad un incremento esponenziale dei prodotti importati tra cui il pomodoro in scatola… Sono 50mila le tonnellate importate ogni anno in Ghana e il mercato se lo contendono l’Italia e la Cina.
Ma è in Puglia che si svolge la storia di Prince e dei suoi amici ghanesi, maliani, senegalesi… lui uno di loro, insieme a coltivare pomodori dalla fine di luglio alla metà di ottobre.
Loro sono tanti migliaia se si potessero contare, non hanno casa, non hanno busta paga, vengono pagati a cottimo, si dice 3,5 euro per una cassa di 300 chili, e più o meno, anzi spesso molto meno, fa 20 euro al giorno.
Neanche a parlarne sono in nero non hanno un contratto di lavoro, per non parlare di una copertura sanitaria, a pranzo “rubano” un pomodoro, di nascosto perché i caporali, quelli che li controllano, non li vedano… o sono guai. Alla sera tornano al loro letto all’aperto o in casolari abbandonati o in baracche… e per questo letto pagano un affitto.
Condizioni disumane? Direi di si.

Yvan Sagnet è uno studente camerunese, il primo che nel 2010 si è prodigato per organizzare uno sciopero per i lavoratori del pomodoro, dice che «Neanche in Africa ho mai visto gente vivere e lavorare in tali condizioni».
E così Prince Bony continua a lavorare per l’Italia che produce un prodotto che esporta in Africa dove gli agricoltori muoiono di fame proprio perché nessuno compra più i loro prodotti freschi a chilometro zero, ma solamente quelli italiani… La storia di Prince, un lavoratore del pomodoro, deve far riflettere su cosa è giusto e cosa è sbagliato.

Per tutti i dettagli, i filmati, le storie e i dati, visitate la pagina The Dark Side of Italian Tomato  un documentario, una ricerca che apre gli occhi su un’economia “strana”, distorta e che riporta il lavoratore al livello di schiavo, come anni fa nei campi di cotone, solo che qui siamo in Puglia, o siamo in Africa o siamo davvero “matti”.

Fonte : eticamente.net


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