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mercoledì 2 luglio 2014

Il bambino detenuto: “Perchè la sera mi chiudono la porta a chiave?”



Ci sono detenuti che non hanno colpe da espiare, se non quella di essere nati in un momento e in un luogo sbagliati.
Nessun giudice li ha mai condannati, eppure la loro breve esistenza l’hanno trascorsa dietro le sbarre.
Come un piccolo detenuto nel carcere di Sollicciano, F. ha poco più di sei anni, oltre cinque li ha passati in galera, nella sezione femminile, ospite insieme alla mamma, arrestata e condannata per reati legati allo sfruttamento della prostituzione.

E in carcere F. ha imparato a parlare, a camminare, la cella è la sua casa, l’unica che abbia conosciuto. Ha vissuto con altre mamme, altri bambini, ha stretto amicizia, coltivato affetti, poi, i suoi amici, uno alla volta, sono andati via e lui non ha mai capito il perché ad un certo punto lo abbiano abbandonato.


Attorno a lui, nella sezione mamme, in tanti si prodigano per far sembrare quell’ambiente meno carcere: niente porte blindate, letti a castello, le pareti dipinte con colori allegri, le celle arredate in modo da renderle simili ad una casa, ma casa non è, non lo potrebbe mai diventare, anche se c’è un piccolo parco giochi un carcere resta sempre un carcere.

E F. comincia a capire che qualcosa non quadra, che la sua vita è diversa da quella degli altri bambini. Ha cominciato ad andare all’asilo, accompagnato dagli agenti della polizia penitenziaria o dalle volontarie.

Lì i bambini sono diversi, all’ingresso salutano e abbracciano le loro mamme e i loro papà, niente colloqui con le insegnanti, niente feste di fine anno, alla fine delle lezioni viene riaccompagnato in carcere, lì la sua mamma dovrà stare fino al 2019.

Ma F. ha diritto ad una vita diversa, comincia a farsi delle domande, a chiedersi perché della sua diversità “Perchè quando torno a casa la sera mi chiudono la porta a chiave?” domanda alla sua mamma, ai volontari, così come ad un compagno di scuola che gli domandava “Ma tu dove abiti?”, candidamente ha risposto “In carcere”.

F. vorrebbe uscire anche quando la scuola è chiusa, il sabato, la domenica, incontrare e giocare con i suoi compagni, piange, protesta, mentre gli chiudono la porta a chiave.
Eppure dovrebbe essere già fuori, la legge prevede che i bambini non vengano separati dalle madri detenute fino a tre anni, che aumentano a sei a patto che la reclusione venga scontata in un istituto a custodia attenuata, che a Firenze non esiste.
Per F. non è così, troppo grave il reato per il quale la sua mamma è stata condannata, qualsiasi percorso alternativo non è praticabile, ed è rimasto nel limbo, che si sta trasformando in un inferno, ad aspettare che una burocrazia che non guarda in faccia nessuno, neppure un bambino, trovi una soluzione.
Anche il padre era in carcere, sono stati cercato altri parenti, tutto senza esito.
Adesso alcuni familiari del padre si sono fatti cautamente avanti per l’affidamento, deciderà il tribunale per i minori.

Intanto F. aspetta e piange mentre gli chiudono la porta a chiave e lui vorrebbe solo uscire a giocare.

Fonte: Articolotre,com



Questa storia ha del singolare, e chissà quante altre.
Rivolgendomi in generale, i bambini non dovrebbero mai entrare in una struttura detentiva.
Per non essere privati della vicinanza della madre i bambini sono costretti a vivere dentro gli istituti penitenziari, con gravi ripercussioni sul loro sviluppo psico-fisico e sul rapporto madre-figlio. Dal 1° gennaio 2014, per effetto della legge 64 del 2011, questo limite è spostato da tre a sei anni di età, ma in questo modo il problema viene solo rinviato, quando compiono sei anni, vengono separati dalla madre, e portati fuori dal carcere, con altri traumi e conseguenze drammatiche.

La soluzione più semplice sarebbero strutture socio assistenziali, affiancate a questi penitenziari rivolti al femminile.
I bambini potrebbero così vivere nel nido di quartiere e avere relazioni svariate, ed allo stesso tempo stare vicino alla propria mamma, crescendo in condizioni più simili a quelle dei coetanei che vivono in famiglia.

Le considerazioni personali contano poco, ma il concetto sociale dovrebbe essere lo stesso per tutti, soprattutto per le istituzioni : Restiamo umani.


Link:https://www.youtube.com/watch?v=Z9AHK6WGZjA



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